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	<title>QuiToner Blog &#187; account google</title>
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		<title>Google Buzz: il social network a portata di mail</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 15:24:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Google vuole allargare ulteriormente i suoi orizzonti e lo fa trasformando ciascuno dei classici account di posta elettronica in una parte integrante di un ipotetico, nuovo, vero e proprio social network: Gmail arriva così ad assorbire sempre più funzioni proprie delle cosiddette reti sociali, in modo da attrarre maggiormente i fedeli (e sempre più numerosi) seguaci di Twitter, Facebook e compagnia. Ecco, quindi, il lancio di Google Buzz: evoluzione, estensione di Gmail e rivoluzione per chi, come gli addetti ai lavori di Mountain View, nel corso degli ultimi anni il proprio servizio email lo aveva già più che ampliato in quanto a funzioni. Buzz, dunque: &#8220;una nuova era nelle comunicazione e condivisione delle informazioni&#8221; che tutti gli utenti Gmail troveranno nella schermata principale del proprio account, posizionato come una nuova etichetta (al pari di quella della posta in arrivo e così via).<br />
Ma di cosa si tratta nel dettaglio? Di una nuova opzione che permette di visualizzare, direttamente dall&#8217;interfaccia classica del proprio account Gmail, aggiornamenti, fotografie, video e links pubblicati dai propri amici. Il tutto vi suona familiare? Se siete utenti Facebook &amp; Co. sicuramente sì: la modalità di condivisione e visualizzazione, infatti, è la stessa delle homepages dei più celebri e seguiti social networks. Quindi, proprio come sul social network di Mark Zuckerberg, si potranno pubblicare interi testi, links, foto trovate direttamente in Rete (ad esempio su Flickr) piuttosto che video firmati YouTube e messaggi precedentemente o contemporaneamente &#8220;twitterati&#8221; sull&#8217;altro colosso di queste communities. Per ogni contenuto, poi, si potrà decidere se renderne pubblica la condivisione (il contenuto sarà così accessibile a tutti e presente anche sul proprio profilo pubblico) o se limitare quest&#8217;ultima ai contatti presenti nell&#8217;account di posta in questione. Buzz, quindi, essendo strettamente collegato alla casella di posta in arrivo Gmail, si aggiornerà con la stessa modalità ogni volta che qualcuno commenta o risponde ad un contenuto precedentemente pubblicato dall&#8217;utente. Inoltre, un sistema molto simile ad un altro firmato Google, PageRank, segnalerà le discussioni più popolari anche quando il loro autore non rientra nella cerchia di contatti dell&#8217;utente specifico. <img class="alignright size-full wp-image-227" title="google_buzz_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/google_buzz_2.jpg" alt="google_buzz_2" width="312" height="109" /><br />
La strategia del numero uno dei motori di ricerca appare certamente finalizzata ad invertire la tendenza per la quale la posta elettronica sembra essere ormai sempre meno usata, se comparata all&#8217;utilizzo dei social networks più famosi, da determinate fasce di utenti: secondo una recente indagine, il pubblico dei social ha raggiunto i 301 milioni di utenti mentre quello delle email è fermo ai 276.<br />
Mr Bradley Horowitz, responsabile della gestione prodotti di Google, ha presentato Buzz introducendolo con queste parole: &#8220;i social networks hanno un grande valore ma quando hai 500 o 5000 amici diventa difficile distinguere le informazioni utili dal rumore: ciò che è importante per un altro, potrebbe non esserlo per me, e il tempo è una risorsa sempre più preziosa. Questo è uno di quei problemi che a Google piace risolvere&#8221;.<br />
E&#8217; dal 2004, in realtà, che Google tenta di affermarsi in questo settore, ben prima, dunque, del boom mondiale dei primi della lista, Facebook e Twitter, ma da Orkut in poi le iniziative lanciate non hanno riscontrato il favore prospettato del grande pubblico; la piattaforma Google Wave (dalla quale il marchio, per attuare Buzz, ha sostanzialmente &#8220;traslocato&#8221; i principali strumenti), ad esempio, ideata e progettata per divenire un innovativo canale di comunicazione per il Web 2.0, appare semi-dimenticata nella versione Beta dello scorso Maggio.<br />
Il contrattacco commerciale di Facebook in primis, comunque, non si fa attendere: la creatura di successo di Mark Zuckerberg si sta organizzando, infatti, per disturbare Gmail sul suo terreno, trasformando il proprio sistema di messaggistica in un servizio email, progetto, questo, che sarebbe stato battezzato, in codice, &#8220;Titan&#8221;.<br />
D&#8217;altra parte però, quel che è certo è che con i suoi 150 milioni di utenti unici mensili Gmail può rivelarsi, in breve tempo, il decisivo punto di svolta per quel di Mountain View in quel settore in cui, fino ad oggi, i risultati ottenuti non sono stati quelli sperati.</p>
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		<title>Gli States simulano una cyberguerra: il &#8220;caso Google&#8221; e&#8217; sempre in prima pagina</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 16:52:04 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La più recente delle prospettive è questa: la guerra del futuro è in formato digitale. Ecco perchè a seguito dei cyberattacchi cinesi nei confronti della rete di Google anche gli Stati Uniti, tramite il Pentagono, hanno pensato di correre il più celermente possibile ai ripari. E così, al fine di prepararsi ad un eventuale assalto ai propri sistemi di comunicazione e finanziari, gli americani hanno simulato una vera e propria cyberguerra, questa è la notizia riportata dalle prestigiose penne del New York Times. <img class="alignright size-medium wp-image-209" title="pentagono_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/pentagono_2-231x300.jpg" alt="pentagono_2" width="231" height="300" /><br />
I conseguenti risultati ottenuti, però, non sono stati dei più incoraggianti. Ciò che è emerso, infatti, è che l&#8217;eventuale nemico sia avantaggiato su più fronti: giocano, difatti, a suo favore l&#8217;effetto sorpresa, il totale anonimato (non è nemmeno possibile individuarne il Paese di provenienza) e l&#8217;imprevidibilità delle sue stesse azioni criminali.<br />
Non è una novità, in fondo, che nel Governo statunitense (e nel resto del Mondo) i recenti cyberattacchi a danno del colosso di Internet, provenienti dalla Cina, abbiano sollevato più che &#8220;gravi preoccupazioni&#8221;: questo, infatti, è quanto dichiarato nei giorni scorsi dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton, la quale ha poi aggiunto di rivolgersi &#8220;al Governo cinese per una spiegazione&#8221;. I suddetti fatti e le suddette dichiarazioni hanno contribuito ad esasperare i già testi rapporti fra le due potenze mondiali, inasprendo ulteriormente i toni di quella che sembra essere una vera e propria guerra fra Pechino e Google, il quale, tramite i suoi responsabili, ha sin da subito fatto sapere di essere pronto ad abbandonare il Paese della Grande Muraglia a seguito di questi &#8220;attacchi molto sofisticati e ben mirati contro ogni nostra infrastruttura&#8221;.<br />
&#8220;La possibilità di operare con sicurezza e fiducia nel cyberspazio è cruciale in una società ed un&#8217;economia moderne&#8221;, ha dichiarato, in seguito, il capo legale del marchio, David Drummond, in una nota apparsa sul sito della compagnia, nella quale si denunciavano le violazioni effettuate a danno degli account Gmail di alcuni gruppi di dissidenti cinesi.<br />
Hillary Clinton ha poi ricordato il ruolo fondamentale che le nuove, moderne tecnologie ricoprono nella nostra vita quotidiana e nello svolgersi degli ultimi eventi mondiali: dalle proteste per la democrazia in Iran ai salvataggi, grazie all&#8217;invio di SMS, delle persone rimaste sepolte sotto le macerie del recente terremoto che ha colpito Haiti. Queste tecnologie, però, come tutto, hanno una doppia lama e possono essere utilizzate in modo altrettanto negativo: possono contribuire alla diffusione delle ideologie di Al Qaeda o essere strumentalizzate dagli stessi Governi al fine di reprimere i dissensi presenti nei propri confini. E così nel nuovo millennio vengono eretti &#8220;muri virtuali&#8221; e nuove &#8220;cortine dell&#8217;informazione&#8221; per bloccare i samizdat digitali, che assumono il ruolo che aveva un tempo una costruzione come il Muro di Berlino, per via della quale i dissidenti rischiavano la vita pur di riuscire a distribuire samizdat, ha concluso il Segretario di Stato americano, collegando, infine, la libertà di utilizzo della Rete ai diritti umani fondamentali quali la libertà di associazione, la libertà di pensiero ed opinione.</p>
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		<title>&#8220;Caso Google&#8221;: ora entra in gioco anche Microsoft</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 16:47:51 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ultime notizie in merito al &#8220;caso Google&#8221; che, negli ultimi giorni, ha occupato le pagine dei giornali del settore informatico e non solo: investigando sugli attacchi subiti da BigG da parte del governo cinese all&#8217;inizio della scorsa settimana, Microsoft stessa è giunta alla conclusione che Internet Explorer abbia giocato un ruolo fondamentale nella questione. La tesi Microsoft si evince da un annuncio rilasciato quest&#8217;oggi, in realtà conferma di uno precedente rilasciato tramite post dal CTO (Chief Technology Officer) del sito McAfee Labs, George Kurtz, il quale per primo aveva azzardato un collegamento tra IE ed i cyberattacchi subiti da Google, in particolare volti alla violazione di account Gmail privati di alcuni attivisti per i diritti umani. Nel comunicato stilato da casa Microsoft viene dettagliatamente evidenziata la presenza di una vulnerabilità che intacca tutte le versioni di Internet Explorer, a partire dalla 6.0; sarebbe, questa, la medesima falla sfruttata all&#8217;inizio del nuovo anno per compromettere il network di Google e di altre importanti aziende (in prevalenza statunitensi). Il colosso di Redmond si astiene, comunque, dallo specificare la provenienza degli attacchi in questione; poco importa: superfluo ricordare a chi, sin dall&#8217;inizio, il marchio di Brin &amp; Page li abbia attribuiti.<br />
In particolare, la falla di IE consiste nella chiamata ad un puntatore non valido, la quale viene sfruttata per eseguire il codice di shell a distanza: nel caso specifico di Google, il bug sarebbe stato usato dai cracker per installare un trojan (cioè un vero e proprio cavallo di Troia), capace a sua volta di scaricare ulteriori malware ed aprire una backdoor nel sistema attaccato. <img class="alignright size-medium wp-image-198" title="internet_explorer_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/internet_explorer_2-300x148.jpg" alt="internet_explorer_2" width="300" height="148" /><br />
Microsoft, dal canto suo, si è già detta al lavoro per ultimare una patch che potrebbe essere distribuita con i bollettini di sicurezza del prossimo mese e sta collaborando con aziende quali Google ed Adobe (anch&#8217;essa vittima degli attacchi cinesi), partner industriali ed autorità governative per la soluzione del problema.<br />
Nel frattempo, la creatura di Bill Gates sottolinea come gli attacchi attivi siano al momento circoscritti in quanto avrebbero come unico target IE6, affermando di non aver &#8220;visto attacchi contro altre versioni vulnerabili di Internet Explorer&#8221;. Questo grazie anche ai sistemi di protezione decisamente superiori integrati alle versioni 7 ed 8, che combinati a quelli di Vista e Windows 7 contribuirebbero a rendere molto più arduo lo sfruttamento della vulnerabilità stessa. Microsoft suggerisce poi ai propri Utenti di attivare la funzione &#8220;Data Exectuion Prevention&#8221; (DEP), presente di default in IE8, ed impostare su &#8220;alto&#8221; il livello di sicurezza dello stesso IE, sia per Internet che per Intranet locale. Premesso questo, sorge di conseguenza un dubbio più che lecito: se IE6 è realmente l&#8217;unica versione del browser ad essere stata presa di mira, e realmente l&#8217;unica a poter essere attaccata con successo, chi all&#8217;interno di Google utilizza ancora questa ormai vecchia release di IE per uno scopo che non sia il solo testing delle pagine web?<br />
Ad ogni modo, come Microsoft stessa evidenzia, il browser è stato sicuramente uno dei vettori utilizzati dai cracker cinesi ma non l&#8217;unico: gli altri restano ancora ignoti, ma qualcuno ipotizza già i nomi di Adobe Reader ed Acrobat. Adobe, in proposito, sostiene che non vi siano prove effettive a riguardo, ma il Chief Research Officer di F-Secure, Mikko Hyppönen, è pronto a giurare il contrario: &#8220;crediamo che gli attacchi siano stati lanciati attraverso una mail che aveva in allegato un file PDF maligno&#8221;, ha affermato di recente in un post. L&#8217;ipotesi di Hyppönen, che trova un solido appoggio anche nel già citato McAfee, è costruita sull&#8217;idea che la maggior parte degli attacchi al giorno d&#8217;oggi diretti alle aziende più grandi &#8220;prende di mira uno o pochi individui&#8221;: quali? Impiegati e dirigenti che hanno accesso a proprietà intellettuali di valore. E nonostante non si abbiano ancora dettagli in merito, a sostegno di questa argomentazione c&#8217;è poi la conferma di Google del furto subito di svariate proprietà intellettuali, probabilmente sotto forma di codice sorgente.<br />
Sempre McAfee sostiene che i suddetti attacchi, facenti parte di quella che è stata battezzata come &#8220;operazione Aurora&#8221;, vadano riposti di diritto tra i più gravi e significativi degli ultimi anni; non importa se al momento soltanto Google ed Adobe abbiano non solo confermato ma per prime rivelato di essere tra le vittime: secondo il sito internet (e non solo) le aggressioni hanno coinvolto circa una ventina di aziende. Ma questo non è affatto il bilancio peggiore: stando a quanto ritenuto da altri esperti di sicurezza, il numero delle aziende colpite arriverebbe a 34, comprendendo, secondo un articolo del Washington Post, Yahoo!, Symantec, Juniper Networks, Northrop Grumman e Dow Chemical; in tutti questi casi gli aggressori sarebbero riusciti nel loro intento di rubare codici sorgente.<br />
Ma alla fine, che cosa è cambiato o cambierà nella realtà dei fatti dopo il &#8220;caso Google&#8221;? Nulla. O quasi.<br />
Anche se Google decidesse realmente di abbandonare il territorio cinese, Microsoft si guarda bene dal seguirne l&#8217;esempio. Ad esprimersi in merito è stato il CEO dell&#8217;azienda americana, Steve Ballmer, dichiarando, durante un&#8217;intervista a CNBC, di voler continuare ad operare in Cina, rispettando la legge locale: &#8220;non capisco come questo possa in qualche modo aiutare. Non capisco come questo possa aiutare noi e non capisco come possa aiutare la Cina&#8221;, le sue parole.<br />
Ma l&#8217;interesse di quel di Redmond non è certo spinto da nobili preoccupazioni, piuttosto da più che giustificate strategie di mercato: abbandonando il Paese della Grande Muraglia, Google non solo lascerebbe campo libero a Baidu, il browser &#8220;Made in China&#8221; numero uno nelle ricerche online effettuate proprio dai cybernauti cinesi, ma anche a Microsoft Bing. Motivo, questo, perchè in quel di casa Microsoft tutte le scelte future in proposito siano più che ben ponderate.</p>
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		<title>BigG e la ricerca personalizzata per tutti</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 10:39:52 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;annuncio ufficiale giunto da quel di Mountain View è di qualche giorno fa: la Personalized Search targata Google sarà, adesso, alla portata di tutti i surfisti del World Wide Web. Cosa significhi quel &#8220;tutti&#8221; è presto detto: indipendentemente dal fatto che l&#8217;Utente possieda o meno, e sia loggato, un account Google (la ricerca personalizzata esiste infatti già da tempo per quelli registrati), avrà la possibilità di ottenere un risultato di ricerca personalizzato, su misura, in base alla cronologia delle ricerche effettuate in precedenza. L&#8217;obiettivo di BigG è, questa volta, quello di riuscire a fornire alla propria Utenza il miglior risultato di ricerca possibile, quello, soprattutto, più utile ed affine al cybernauta stesso (con la possibilità, comunque, di disattivare questa opzione in qualsiasi momento si voglia).<br />
Entriamo adesso nel dettaglio dell&#8217;innovativa operazione Google: sino a non molto tempo fa, tutte le queries restituivano gli stessi risultati di ricerca e la sola ed unica variabile poteva essere l&#8217;allineamento non perfetto tra i vari datacenter, sanabile usufruendo dei numerosi tools per effettuare ricerche composite. Al giorno d&#8217;oggi, invece, ogni Utente si ritrova a visualizzare una pagina con risultati di ricerca (in gergo informatico &#8220;SERP&#8221;: &#8220;Search Engine Results Page&#8221;) diversa, sempre variabile a seconda dei propri gusti, delle proprie passioni, dei click precedentemente effettuati. Il che significa, in modo pratico, che in qualità di SEO (figura specializzata nella tecnica di ottimizzazione per i motori di ricerca, in inglese &#8220;Search Engine Optimization&#8221;) si visualizzeranno delle SERP diverse da quelle ottenute dal Cliente, il quale otterrà e vedrà dati diversi a seconda della postazione in cui si trova (ad esempio dal PC del proprio posto di lavoro o da quello di casa). <img class="alignright size-medium wp-image-148" title="google_search_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/google_search_21-300x184.jpg" alt="google_search_2" width="300" height="184" /><br />
La prospettiva futura, esaminati questi nuovi sviluppi, è quella, quindi, per la quale non si venderà più il posizionamento nelle ricerche in base ad una lista di keywords bensì in base ad una stilata graduatoria dei risultati stessi. Futuro per il quale si andrà perciò verso l&#8217;estinzione dei preventivi in base a quantità e difficoltà delle parole-chiave, lasciando spazio a quelli basati sulle emails raccolte, sui forms compilati e sulle vendite effettuate.<br />
Ricapitolando: un cookie presente sul nostro hard disk (con scadenza di 180 giorni) consentirà a BigG di identificarci, in modo assolutamente anonimo, e di personalizzare le ricerche online da noi effettuate anche senza essere registrati alla piattaforma stessa, rendendole pertinenti quanto più possibile ai nostri interessi.<br />
Come precedentemente accennato, tale opzione sarà facilmente disabilitabile nel momento in cui non si intendesse più concedere a Google un&#8217;aggiunta esclusiva sulla nostra attività di ricerca. In questo caso, nulla di più semplice: basterà cliccare sul link Cronologia Web e selezionare l&#8217;opzione &#8220;Disabilita&#8221;.</p>
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