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	<title>QuiToner Blog &#187; google news</title>
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		<title>Google VS China</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 17:10:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alice</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Cina attacca, Google risponde. Il casus belli? Il governo cinese viola i diritti civili di un gruppo di attivisti, servendosi del servizio di posta Gmail, e Google non resta certo fermo a guardare. Google risponde e lo fa, per la prima volta, in modo tutt&#8217;altro che diplomatico.
Nella scorsa notte (pieno giorno in California), Google [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;">La Cina attacca, Google risponde. Il casus belli? Il governo cinese viola i diritti civili di un gruppo di attivisti, servendosi del servizio di posta Gmail, e Google non resta certo fermo a guardare. Google risponde e lo fa, per la prima volta, in modo tutt&#8217;altro che diplomatico.<br />
Nella scorsa notte (pieno giorno in California), Google ha fatto sapere che intende sospendere ogni attività di censura esercitata sui contenuti delle ricerche ottenute (per usare un eufemismo, ogni attività di cosiddetto &#8220;filtraggio&#8221;) venendo quindi meno al precedente accordo stipulato con il governo di Pechino. E non è tutto: l&#8217;azienda a stelle e strisce non esclude la possibilità di chiudere anche la propria sede attualmente presente in territorio cinese. Quello di Google è un vero e proprio contrattacco (o, meglio, una difesa) a quello subito, nel mese di Dicembre, a scopo di intrusione nei propri sistemi da parte non di hackers bambini bensì di hackers spie cinesi, al fine di introdursi illegalmente nelle caselle di posta elettronica personali di alcuni attivisti per i diritti umani: la violazione di due di questi account sarebbe andata effettivamente a buon fine. <img class="alignright size-medium wp-image-189" title="google_china_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/google_china_2-225x300.jpg" mce_src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/google_china_2-225x300.jpg" alt="google_china_2" height="300" width="225"><br />
Più generalmente, si è trattato di un attacco su larga scala e senza precedenti che ha colpito 34 aziende tecnologiche di diversa tipologia; fra queste, il marchio Adobe ha per primo confermato di aver subito l&#8217;intrusione e, nel pomeriggio dello scorso Lunedì, anche il motore di ricerca Baidu è stato oggetto di un&#8217;intrusione, seppur di un altro tipo.<br />
La decisione di Google di chiamarsi fuori dalla pratica di censura Made in China è stata accolta con grande supporto, su tutti, da parte dell&#8217;organizzazione di difesa dei diritti dei cybernauti, la Electronic Frontier Foundation, in giorni in cui, per la prima volta in assoluto, viene, grazie ai fondatori di BigG Brin &amp; Page, resa pubblica quella che risulta essere una pesante pratica di condizionamento messa in atto da parte della Cina, riguardante tutto il mondo della sua grande industria tecnologica.<br />
Nella realtà, il suddetto episodio non è certamente nè nuovo nè sconosciuto (nè tantomeno il primo), ma è stato lo stesso Google ad affermare come questa volta si sia trattato di una questione diversa; la ragione per la quale ancora nessuna denuncia generalizzata è stata formulata è da ricercarsi nella paura delle aziende coinvolte di ritrovarsi brutalmente escluse dal mercato. Anche le pagine del prestigioso Wall Street Journal spiegano che, questa volta, si ha avuto a che fare con un attacco particolarmente sofisticato e virulento, tanto da spingere quelli di Mountain View ad istituire, per l&#8217;occasione, una squadra di investigatori e da suscitare da parte del controspionaggio USA tutta l&#8217;attenzione possibile.<br />
La posizione di Google, comunque, non appare certamente poco ambigua: come ben sappiamo, il colosso americano è già stato più volte penalizzato in territorio cinese, ad esempio tramite la frequente, ormai periodica, disattivazione del proprio portale YouTube, ma, nonostante questo, ha continuato, proprio recentemente, ad investire in operazioni quali il lancio di una piattaforma di distribuzione e vendita di musica, ponendosi così in diretta concorrenza con Baidu, motore di ricerca Made in China, ben consapevole del fatto che il mercato internet cinese è senza dubbio quello dalle prospettive di crescita a livello mondiale più significative.<br />
Ma la situazione dei due Paesi, al di là dell&#8217;azienda Google, è, se possibile, ancora più complicata: la ferma opposizione alla censura cinese da parte degli Stati Uniti, insieme con gli ultimi comunicati Google, non solo incrina ulteriormente i già celeberrimi tesi rapporti fra Pechino e Washington (peggiorati durante lo scorso summit di Copenaghen sul clima e sempre al limite per via di quella sorta di guerra fredda nell&#8217;ambito dei rapporti commerciali fra le due potenze), ma lo fa nel momento più sbagliato. Perchè? Perchè si riversa nel periodo in cui gli USA affinano la propria strategia di avversione e lotta nei confronti della censura applicata in Rete in numerose parti del Mondo. A tal proposito, è intervenuto anche il Segretario di Stato Statunitense H. Clinton che ha reso noto di aver chiesto, in merito al &#8220;caso Google&#8221;, spiegazioni dirette al governo cinese, poichè la situazione ha sollevato certamente &#8220;molte domande e preoccupazioni&#8221;. Un suo consigliere ha poi dichiarato che H. Clinton, portando avanti il progetto USA qui sopra citato, ha già incontrato, la scorsa settimana, importanti figure manageriali di aziende fra le quali compaiono Microsoft, Twitter, Cisco Systems e Google stessa.<br />
Dall&#8217;altra parte invece, in Cina, nessuno commenta: la presa di posizione (effettiva od eventuale, questo è ancora da definire&#8230;) di Google ha avuto un grande risalto fra gli utenti del Web, ma sia il governo che i media principali non sembrano desiderosi di intervenire in merito. Anzi: Pechino ha di recente accusato proprio Google di essere un veicolo nocivo per la facile circolazione della pornografia, mentre le società che sempre più spesso guardano a questo stesso mercato cinese (il più significativo in quanto a numero di utenti) sono state soventemente e fermamente criticate per aver ignorato la questione dei diritti umani.<br />
Non c&#8217;è che dire: si tratta di &#8220;uno scontro tra titani. Ci sono un grande Paese ed una grande azienda&#8221;, come ha affermato l&#8217;ex capo del Dipartimento USA per i crimini informatici Mark Rasch, aggiungendo poi, a ragione, che &#8220;il problema è che se Google decidesse di abbandonare il mercato cinese, la Cina risponderebbe: &#8216;non c&#8217;è alcun problema, abbiamo milioni di persone che vogliono prendere il vostro posto&#8217;.&#8221;<br />
&#8220;La possibilità di operare con fiducia nel cyberspazio è di importanza critica in una società ed un&#8217;economia moderne&#8221;, ha dichiarato inoltre H. Clinton; ma è anche vero che la Rete stessa è diventata una vera e propria minaccia per i regimi illiberali: da qui i ripetuti sforzi cinesi di censura del e sul Web e di limitazione delle libertà personali che hanno come oggetto l&#8217;approvigionamento delle notizie così come la stessa libera espressione di idee e di scambio delle stesse fra gli utenti.<br />
Sebbene Pechino non rappresenti attualmente per Google una consistente fonte di guadagno, si prospetta però come un importante potenziale mercato per gli anni futuri, partendo dall&#8217;immissione in Cina dei cosiddetti &#8220;Googlefonini&#8221;, gli smartphones con Android.</p>
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		<title>Murdoch: via le notizie da Google. &#8230;o forse no?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 09:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alice</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il magnate australiano Rupert Murdoch, proprietario, fra le altre cose, di svariate testate giornalistiche e piattaforme televisive satellitari (fra le quali compare la nostrana Sky Italia), ha minacciato, e nemmeno troppo velatamente, di essere pronto a rimuovere i contenuti d&#8217;informazione in possesso dei suoi giornali dai risultati delle ricerche effettuate tramite il motore di ricerca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il magnate australiano Rupert Murdoch, proprietario, fra le altre cose, di svariate testate giornalistiche e piattaforme televisive satellitari (fra le quali compare la nostrana Sky Italia), ha minacciato, e nemmeno troppo velatamente, di essere pronto a rimuovere i contenuti d&#8217;informazione in possesso dei suoi giornali dai risultati delle ricerche effettuate tramite il motore di ricerca più famoso al mondo. Ancora una volta, insomma, Murdoch torna all&#8217;attacco contro la più grande ed importante &#8220;G&#8221; del pianeta, quella dell&#8217;azienda Google, ed in particolare contro la sua branchia Google News, sezione che, stando al pensiero dell&#8217;australiano, &#8220;ruba&#8221; letteralmente le notizie a chi queste stesse le produce. Non solo: l&#8217;idea di criptare le proprie notizie sul motore di ricerca arriva da Google stesso, in risposta alle critiche mosse da Murdoch ormai da svariati mesi.<br />
Una scelta, questa, certamente drastica, che il magnate vede realizzabile nel momento in cui si attivasse un vero e proprio sistema di pagamento del cliente per accedere ai contenuti delle notizie, affermando che &#8220;<em>preferiremmo avere pochi lettori ma paganti</em>&#8220;.<br />
La realtà delle cose è però ben diversa: il Wall Street Journal, del quale gran parte dei contenuti risulta già essere a pagamento, deve il 25% del proprio traffico a Google, che contribuisce a portargli ben il 44% di nuovi visitatori. Sono cifre talmente rilevanti da aver portato il giornale stesso a stringere un accordo con Big G secondo il quale il motore di ricerca può mostrare parte dei contenuti premium nei suoi risultati di ricerca.<br />
Dal punto di vista di Google poi i fatti sono anche più semplici: secondo gli addetti al lavoro del motore di ricerca, gli editori non si oppongono alla visualizzazione dei propri contenuti nelle ricerche perchè &#8220;<em>vogliono che il loro lavoro sia visibile</em>&#8220;, specie poiché se volessero realmente evitarlo potrebbero farlo &#8220;<em>efficacemente e velocemente</em>&#8220;. <img class="alignright size-full wp-image-62" title="google_murdoch_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/google_murdoch_2.jpg" alt="google_murdoch_2" width="300" height="159" /><br />
Si tratta invece di un vero e proprio semplice furto secondo Murdoch; fra gli illustri colpevoli, insieme a Google, ritroviamo inoltre Microsoft, Yahoo ed Ask, insomma tutti quei siti rei di indicizzare le notizie.<br />
L&#8217;idea di &#8220;<em>fair use</em>&#8220;, vale a dire l&#8217;uso onesto delle notizie, sarebbe quindi da eliminare legalmente tanto da evitare che qualcuno possa utilizzare o linkare un articolo per cui non ha pagato; perciò attenti bloggers di tutto il mondo&#8230;anche noi, secondo questa logica, siamo dei criminali da perseguire con qualsiasi mezzo possibile.</p>
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