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	<title>QuiToner Blog &#187; microsoft</title>
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		<title>Linux &amp; Apple fra concorrenza e stima</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 15:27:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alice</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il concorrente numero uno di Linux si nasconde in quel di Cupertino, non a Redmond: parola di Jim Zemlin, Direttore Esecutivo di Linux Foundation, il quale afferma che i primi prodotti con cui la propria azienda deve competere sono quelli targati Apple e non Microsoft.
Effettiva rivoluzione o semplice leggenda metropolitana che sia, il nuovo dispositivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il concorrente numero uno di Linux si nasconde in quel di Cupertino, non a Redmond: parola di Jim Zemlin, Direttore Esecutivo di Linux Foundation, il quale afferma che i primi prodotti con cui la propria azienda deve competere sono quelli targati Apple e non Microsoft.<br />
Effettiva rivoluzione o semplice leggenda metropolitana che sia, il nuovo dispositivo lanciato da Steve Jobs, iPad, ha certamente ravvivato la discussione su chi sia in grado (ed in maniera migliore) di rinnovare cosa; a seguito, quindi, delle dichiarazioni dello stesso Jobs in merito a &#8220;rivoluzioni&#8221; e &#8220;magia&#8221; del mela-tablet, Zemlin si è sentito, dal canto suo e di Linux, in dovere di rispondere in merito con una dichiarazione al sapore di guerra commerciale che non lascia certo spazio a fraintendimenti: &#8220;Linux può fare meglio di Apple, ma per raggiungere l&#8217;obiettivo ha bisogno di focalizzare ulteriori energie sull&#8217;esperienza utente&#8221;. La tesi sostenuta, nello specifico, è quella per la quale un prodotto Linux può essere altamente competitivo rispetto ad iPad ed agli altri dispositivi portatili, specie nell&#8217;ambito dei prezzi complessivi, siano essi per i produttori (a cui Linux costa zero, o quasi) siano essi per gli utenti con accesso a prodotti dal prezzo solitamente inferiore ai blindati di iPod, iPhone ed iPad. <img class="alignright size-medium wp-image-221" title="linux_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/linux_2-300x268.jpg" alt="linux_2" width="300" height="268" /><br />
Il Direttore di Linux Foundation chiama poi anch&#8217;egli in causa la &#8220;magia&#8221; declamata dal papà della Mela, lamentandosi del fatto che nelle implementazioni commerciali di Linux non ve n&#8217;è ancora abbastanza: &#8220;Apple non ha rivali quando si tratta di creare un&#8217;esperienza coinvolgente e anche se molti mettono in dubbio l&#8217;impatto rivoluzionario di iPad, la consistente esperienza utente di Apple è molto più vicina a qualcosa di magico rispetto a molte delle cose attualmente basate su Linux&#8221;, sostiene Zemlin, ammettendo e confermando così che il vero rivale numero uno non è Microsoft (che a suo dire è facile &#8220;prendere a pugni a settimane alterne&#8221;), bensì Apple, poichè è Apple ad avere &#8220;smalto, il focus sull&#8217;usabilità e la facilità d&#8217;uso, l&#8217;integrazione fra hardware ed applicazioni&#8221; e la capacità di far sì che lo sfruttamento della sua tecnologia sia una &#8220;parte agevole ed elegante della tua giornata, piuttosto che una battaglia costante con la tecnologia&#8221;.<br />
Linux, quindi, per eguagliare e superare la cosiddetta &#8220;magia Apple&#8221; deve aumentare i suoi sforzi e fare di più: in questo senso passi in avanti sono già stati compiuti grazie a prodotti quale lo smartphone basato su Android (Droid e Nexus One fra gli altri), il tablet basato su Moblin di Intel, la maggiore attenzione sull&#8217;esperienza utente del team che sviluppa Ubunto ed il progetto Maemo di Nokia.<br />
Zemlin conclude le sue dichiarazioni ammettendo, inoltre, che cosa si nasconda davvero dietro questa magia creata da Steve Jobs: &#8220;il sistema più blindato che si possa immaginare&#8221;, nel quale &#8220;ecosistema&#8221; collima, in primis, con gli interessi di Apple stessa e di nessun altro. Le iniziative in serbo, in questo senso, verranno rese pubbliche nel corso delle settimane future.</p>
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		<title>Google e Microsoft: la competizione che avanza</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 16:31:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un nuovo passo avanti in quel di Mountain View: questa volta a bollire in pentola è uno store virtuale finalizzato alla vendita delle applicazioni riservate alla moltitudine di servizi Web offerti da Google. E&#8217; questa, dunque, l&#8217;ultima novità dell&#8217;azienda californiana che si evince dalle pagine dell&#8217;edizione online del Wall Street Journal, nel quale articolo si evidenzia la volontà di BigG di infastidire e competere sempre più con il marchio Microsoft nel campo delle soluzioni per il computing professionale: dagli strumenti di sicurezza ai programmi creati per la gestione dei contatti.<br />
Google ha quindi deciso di potenziare ulteriormente le sue Apps (comprendenti servizi di e-mail e software di produttività personale, vale a dire gli anti-Office per eccellenza) dando vita ad un vero e proprio negozio online, che potrebbe aprire i battenti già il prossimo mese di Marzo, nel quale l&#8217;utenza di Gmail, Google Docs e così via potrà scaricare &#8220;add-ons&#8221; personalizzati. La differenza, nonchè evoluzione, rispetto a ciò che la società offre già ora sul mercato (vale a dire Google Solutions Marketplace), sta nel mettere direttamente in vendita le applicazioni ideate e sviluppate dalle terze parti che hanno, da sempre, così enormemente creduto e contribuito alla filosofia della Rete libera e condivisa, nella quale ognuno può diventare parte integrante, attiva del progetto mettendo a disposizione il proprio genio, portata avanti dalla rivale numero uno di Microsoft. <img class="alignright size-medium wp-image-217" title="google_microsoft_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/google_microsoft_2-300x223.jpg" alt="google_microsoft_2" width="300" height="223" /><br />
Ad oggi non vi sono, comunque, ancora state conferme ufficiali da parte di Google e le uniche dichiarazioni pubbliche rese dai portavoce della società sono improntate al sottolineare come per il colosso dei motori di ricerca (e di Internet in generale, a dire la verità) sia di sostanziale importanza la possibilità di rendere disponibile alla cosiddetta &#8220;utenza business&#8221; un &#8220;ecosistema di prodotti e servizi professionali&#8221;. A quanto risulta dallo stesso prestigioso quotidiano statunitense, il progetto sarebbe però in fase di realizzazione più che avanzata e questo stesso porterebbe gli sviluppatori a dividere con l&#8217;azienda di Larry Page e Sergey Brin le entrate derivanti dalla vendita dei loro software in Rete, proprio come si verifica attualmente, ad esempio, con lo store delle applicazioni per Android o per l&#8217;App Store di Apple, che riconoscono, a chi scrive i programmi, mediamente il 70% dei profitti.<br />
Ma, sempre da quanto sostenuto nell&#8217;articolo del WSJ, il fine ultimo ed esplicito di questa nuova strategia va ben oltre lo scontato obiettivo di generare maggiori ricavi dalla componente applicazioni: Google punta infatti a sottrarre una fetta del colossale business detenuto da Microsoft sui programmi di produttività d&#8217;ufficio ed intende, in aggiunta, colmare il gap dell&#8217;offerta (soprattutto legata alle soluzioni integrate con i fogli di lavoro o i sistemi di posta elettronica) che ha finora tenuto lontane le grandi organizzazioni, tramite la disponibilità di un&#8217;ampia gamma di software di complemento per le sue stesse applicazioni.</p>
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		<title>&#8220;Caso Google&#8221;: ora entra in gioco anche Microsoft</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 16:47:51 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ultime notizie in merito al &#8220;caso Google&#8221; che, negli ultimi giorni, ha occupato le pagine dei giornali del settore informatico e non solo: investigando sugli attacchi subiti da BigG da parte del governo cinese all&#8217;inizio della scorsa settimana, Microsoft stessa è giunta alla conclusione che Internet Explorer abbia giocato un ruolo fondamentale nella questione. La tesi Microsoft si evince da un annuncio rilasciato quest&#8217;oggi, in realtà conferma di uno precedente rilasciato tramite post dal CTO (Chief Technology Officer) del sito McAfee Labs, George Kurtz, il quale per primo aveva azzardato un collegamento tra IE ed i cyberattacchi subiti da Google, in particolare volti alla violazione di account Gmail privati di alcuni attivisti per i diritti umani. Nel comunicato stilato da casa Microsoft viene dettagliatamente evidenziata la presenza di una vulnerabilità che intacca tutte le versioni di Internet Explorer, a partire dalla 6.0; sarebbe, questa, la medesima falla sfruttata all&#8217;inizio del nuovo anno per compromettere il network di Google e di altre importanti aziende (in prevalenza statunitensi). Il colosso di Redmond si astiene, comunque, dallo specificare la provenienza degli attacchi in questione; poco importa: superfluo ricordare a chi, sin dall&#8217;inizio, il marchio di Brin &amp; Page li abbia attribuiti.<br />
In particolare, la falla di IE consiste nella chiamata ad un puntatore non valido, la quale viene sfruttata per eseguire il codice di shell a distanza: nel caso specifico di Google, il bug sarebbe stato usato dai cracker per installare un trojan (cioè un vero e proprio cavallo di Troia), capace a sua volta di scaricare ulteriori malware ed aprire una backdoor nel sistema attaccato. <img class="alignright size-medium wp-image-198" title="internet_explorer_2" src="http://blog.quitoner.com/wp-content/uploads/internet_explorer_2-300x148.jpg" alt="internet_explorer_2" width="300" height="148" /><br />
Microsoft, dal canto suo, si è già detta al lavoro per ultimare una patch che potrebbe essere distribuita con i bollettini di sicurezza del prossimo mese e sta collaborando con aziende quali Google ed Adobe (anch&#8217;essa vittima degli attacchi cinesi), partner industriali ed autorità governative per la soluzione del problema.<br />
Nel frattempo, la creatura di Bill Gates sottolinea come gli attacchi attivi siano al momento circoscritti in quanto avrebbero come unico target IE6, affermando di non aver &#8220;visto attacchi contro altre versioni vulnerabili di Internet Explorer&#8221;. Questo grazie anche ai sistemi di protezione decisamente superiori integrati alle versioni 7 ed 8, che combinati a quelli di Vista e Windows 7 contribuirebbero a rendere molto più arduo lo sfruttamento della vulnerabilità stessa. Microsoft suggerisce poi ai propri Utenti di attivare la funzione &#8220;Data Exectuion Prevention&#8221; (DEP), presente di default in IE8, ed impostare su &#8220;alto&#8221; il livello di sicurezza dello stesso IE, sia per Internet che per Intranet locale. Premesso questo, sorge di conseguenza un dubbio più che lecito: se IE6 è realmente l&#8217;unica versione del browser ad essere stata presa di mira, e realmente l&#8217;unica a poter essere attaccata con successo, chi all&#8217;interno di Google utilizza ancora questa ormai vecchia release di IE per uno scopo che non sia il solo testing delle pagine web?<br />
Ad ogni modo, come Microsoft stessa evidenzia, il browser è stato sicuramente uno dei vettori utilizzati dai cracker cinesi ma non l&#8217;unico: gli altri restano ancora ignoti, ma qualcuno ipotizza già i nomi di Adobe Reader ed Acrobat. Adobe, in proposito, sostiene che non vi siano prove effettive a riguardo, ma il Chief Research Officer di F-Secure, Mikko Hyppönen, è pronto a giurare il contrario: &#8220;crediamo che gli attacchi siano stati lanciati attraverso una mail che aveva in allegato un file PDF maligno&#8221;, ha affermato di recente in un post. L&#8217;ipotesi di Hyppönen, che trova un solido appoggio anche nel già citato McAfee, è costruita sull&#8217;idea che la maggior parte degli attacchi al giorno d&#8217;oggi diretti alle aziende più grandi &#8220;prende di mira uno o pochi individui&#8221;: quali? Impiegati e dirigenti che hanno accesso a proprietà intellettuali di valore. E nonostante non si abbiano ancora dettagli in merito, a sostegno di questa argomentazione c&#8217;è poi la conferma di Google del furto subito di svariate proprietà intellettuali, probabilmente sotto forma di codice sorgente.<br />
Sempre McAfee sostiene che i suddetti attacchi, facenti parte di quella che è stata battezzata come &#8220;operazione Aurora&#8221;, vadano riposti di diritto tra i più gravi e significativi degli ultimi anni; non importa se al momento soltanto Google ed Adobe abbiano non solo confermato ma per prime rivelato di essere tra le vittime: secondo il sito internet (e non solo) le aggressioni hanno coinvolto circa una ventina di aziende. Ma questo non è affatto il bilancio peggiore: stando a quanto ritenuto da altri esperti di sicurezza, il numero delle aziende colpite arriverebbe a 34, comprendendo, secondo un articolo del Washington Post, Yahoo!, Symantec, Juniper Networks, Northrop Grumman e Dow Chemical; in tutti questi casi gli aggressori sarebbero riusciti nel loro intento di rubare codici sorgente.<br />
Ma alla fine, che cosa è cambiato o cambierà nella realtà dei fatti dopo il &#8220;caso Google&#8221;? Nulla. O quasi.<br />
Anche se Google decidesse realmente di abbandonare il territorio cinese, Microsoft si guarda bene dal seguirne l&#8217;esempio. Ad esprimersi in merito è stato il CEO dell&#8217;azienda americana, Steve Ballmer, dichiarando, durante un&#8217;intervista a CNBC, di voler continuare ad operare in Cina, rispettando la legge locale: &#8220;non capisco come questo possa in qualche modo aiutare. Non capisco come questo possa aiutare noi e non capisco come possa aiutare la Cina&#8221;, le sue parole.<br />
Ma l&#8217;interesse di quel di Redmond non è certo spinto da nobili preoccupazioni, piuttosto da più che giustificate strategie di mercato: abbandonando il Paese della Grande Muraglia, Google non solo lascerebbe campo libero a Baidu, il browser &#8220;Made in China&#8221; numero uno nelle ricerche online effettuate proprio dai cybernauti cinesi, ma anche a Microsoft Bing. Motivo, questo, perchè in quel di casa Microsoft tutte le scelte future in proposito siano più che ben ponderate.</p>
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